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Si parte con la “Z” di Fairbanks!

Sabato 3 ottobre alle ore 21.00 al Teatro Verdi si alza il sipario sulla 45a edizione delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone con l’epopea di Don Q, Son of Zorro: Douglas Fairbanks, re di Hollywood, fruste taglienti, restauri danesi e l’orchestra slovena in anteprima assoluta

Massi Boscarol

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Don Q, Son of Zorro, apre la 45a edizione de Le Giornate del Cinema Muto

PORDENONE – Esiste una nobiltà hollywoodiana che non necessita di parole per imporsi, affidandosi unicamente a un mantello, a un balzo felino e a una sferzata d’orgoglio capace di attraversare un intero secolo. Sabato 3 ottobre alle 21.00, il Teatro Verdi di Pordenone inaugura la 45ª edizione delle Giornate del Cinema Muto scaraventando sul grande schermo uno dei monumenti assoluti dello spettacolo mondiale: Don Q, Son of Zorro (Don X, il figlio di Zorro, 1925) diretto da Donald Crisp.

Il mattatore indiscusso e motore immobile dell’operazione è Douglas Fairbanks, l’uomo che ha inventato il supereroe cinematografico molto prima che i fumetti si accorgessero della gravità terrestre. Forte del successo planetario di titoli come Il segno di Zorro, I tre moschettieri, Robin Hood e Il ladro di Bagdad, Fairbanks arriva al muto dopo la gavetta teatrale e muscoli d’acciaio, diventando il sovrano incontrastato dell’avventura. Ma la sua grandezza non si esauriva davanti alla cinepresa: fondatore della United Artists insieme a Chaplin, Griffith e alla moglie Mary Pickford — con cui condivideva la mitica reggia di Pickfair —, e tra i padri fondatori della stessa Academy che assegna gli Oscar, Fairbanks fu un genio poliedrico capace di dominare Hollywood con l’astuzia di un uomo d’affari e il carisma di un acrobata.

In Don Q, Son of Zorro, tratto apocrifamente dai romanzi della famiglia Prichard, il divo si raddoppia interpretando padre e figlio e introducendo un’arma letale e spettacolare quanto la spada: la frusta, capace di strappare con un solo colpo la sigaretta dalla bocca di un malcapitato. Intorno a lui si muove un cast di lusso, a partire dallo stesso regista Donald Crisp nei panni del cattivo — ferito sul set ma irriducibile nel mantenere il controllo della macchina da presa —, la diciannovenne Mary Astor (futura leggenda in Il mistero del falco), Warner Oland e Jean Hersholt. Il capolavoro muto arriva a Pordenone nel nuovo e scintillante restauro del Danish Film Institute, accompagnato in anteprima mondiale dalla partitura firmata dal compositore Andrej Goričar ed eseguita dal vivo dalla RTV Slovenia Symphony Orchestra di Lubiana diretta dallo stesso Maestro.

La giornata inaugurale, tuttavia, non concede tregua agli appassionati. Si parte già alle 14.15 con i corti Biograph di D.W. Griffith (1908-1910) e con la retrospettiva su Italia Almirante Manzini arricchita da La maschera e il volto (1919) di Augusto Genina. A seguire, dalle 17.15, scatta il nuovo viaggio geografico delle Giornate che, dopo Sicilia e Liguria, punta dritto al Lazio: dalle immagini private del banchiere Ernesto Pacelli nella villa sull’Aurelia (1910) alle rarità di Roma (1921) conservate dalla Cineteca del Friuli, che restituiscono intatta la suggestione della Spina di Borgo prima degli sventramenti degli anni Trenta, fino alle atmosfere di via Margutta ne Il romanzo di Maddalena (1913).

Quando le luci del Verdi torneranno a rassicurare le poltrone di velluto e la malinconia di un’epoca irripetibile si poserà leggera sui tetti di Pordenone, resterà intatto il battito di un’eternità ritrovata; perché laggiù, nel buio della sala, i fantasmi non chiedono nostalgia, ma solo il coraggio di continuare a sognare in grande. Nel passato, ovviamente.

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