GoriziaTeatroTrieste
“Il mio nome è Salieri e mi condanno all’immortalità!”
Un devastante Ferdinando Bruni nella parte di Antonio Salieri in Amadeus, straordinaria piece impreziosita dai costumi di Antonio Marras
Cormons, Trieste – Vienna. O un non-luogo fatto di fumo e candele febbricitanti. Il palco è un abisso oscuro dove colonne massoniche svettano come sentinelle di un segreto inconfessabile. Al centro, una sedia a rotelle. E sopra, un relitto umano che mastica rimorso e polvere: Ferdinando Bruni.
Subito e senza giri di parole: la prestazione di Bruni è devastante. Non recita Antonio Salieri, lo abita, come un parassita splendido, amichevole e velenoso. È un animale in gabbia che urla alla storia: “perdonami Mozart! Mozart, pietà!”. Ma la pietà, in questa pièce, è un lusso che nessuno può permettersi. Sopra tutti Dio.
Capitolo il tessuto del potere: parrucche incipriate da museo delle cere che fanno capolino nel territorio del bello assoluto. I costumi firmati da Antonio Marras sono uno spettacolo nello spettacolo: un’orgia di stoffe stratificate e tagli sartoriali che sanno di decadenza asburgica retrofuturista.
Mozart entra in scena ed è uno shock estetico: irriverente, chiassoso, stralunato. È un tamarro settecentesco che porta l’amore vero in scena con tanto di borchie heavy sulle spalline. È un bambino prodigio che puzza di guai, volgare e candido al tempo stesso, gesti che mimano atti sessuali a minare la solennità di una corte di ingessati. “Trasformo il pubblico in Dio!” – grida. E poi, il silenzio. E poi quella pernacchia che è un manifesto politico.
Ed ancora sinfonie di sospetti, veleni di parole in quartetto, concerto per un dio onnipresente quanto silente, il talento che si contrappone alla gloria. Salieri osserva. Salieri capisce. Solo Salieri sa. Ed è questa la sua vera condanna: essere l’unico a comprendere l’altezza vertiginosa di quel rivale così improbabile, per gli altri. Quando ascolta la musica di WAM – nell’ordine Il ratto del serraglio, Il flauto magico, Le nozze di Figaro – il mondo si ferma ed il suono prende il posto del disgusto. E’ il vertice dello spettacolo: Antonio Salieri da Legnago descrive la bellezza di quella musica che arriva in secondo piano, poi in primo, poi di nuovo in secondo, in un duello, tra performance: brividi, pathos a mille, lacrime, nodo allo stomaco. Grande, grandissimo teatro.
Ma poi, il tradimento. Perchè il nostro (il Salieri) aveva stipulato un patto: fama in cambio di virtù. Dio aveva accettato il contratto ma… secondo il nostro ha barato sul destinatario del talento. Ha dato la voce dell’immortalità ad un osceno fanciullo e ha lasciato a Salieri solo il potere delle istituzioni. “A cosa serve l’uomo se non a dare una lezione a Dio?!” tuona il protagonista. Ed ecco che Mozart diventa il campo di battaglia di un duello titanico tra l’uomo e il suo Creatore dove sfidare Mozart significa colpire dio.
Il secondo atto è un piano inclinato verso l’abisso. Mentre Salieri tesse trame, cospirazioni e machiavellismi per distruggere il rivale, Mozart affonda. Si impoverisce, si ammala. Altre candele che si consumano mentre l’ombra di un uomo mascherato (facile indovinare chi sia) commissiona il Requiem. Mani che battono sul pianoforte con una rabbia che spacca il petto. E quel grido finale “papà… papà!”: ancora una volta la magia catartica del palcoscenico.
Mozart muore solo, nella fossa comune della storia. Salieri resta sepolto in una fama che ha il sapore della cenere. Trent’anni dopo, il coup de theatre finale. La confessione: “sono stato io, ho avvelenato Mozart!”. È l’ultimo, disperato tentativo di restare aggrappato al mantello del genio. Una bugia architettata per entrare nell’immortalità, anche solo come assassino. Ma Vienna ride. Nessuno gli crede.
Salieri è condannato alla peggiore delle pene: essere un’interlocutoria nota a piè di pagina.Ma non prima d’aver provato pietà. Quella pietà che, secondo lui, dio non sa provare. Si esce da teatro come da un funerale, con gli occhi pieni di lacrime griffate Marras e le orecchie colme di Amadeus – si diceva, ma con il cuore che batte al ritmo furioso di quel mediocre, immenso, unico Salieri, per una sera specchio ed anima di tutti noi.
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