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Quadri ad un’esibizione multisensoriale: il naso, il suono, l’occhio, l’abisso

Lorenzo Dante Ferro e Ozone Sea Trio trasformano il Maurensig in un reattore alchemico che distilla il sentore dell’anima in “Sfumature”

Massi Boscarol

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Lorenzo Dante Ferro ed Ozone Sea Trio. Serata da "io c'ero" al Maurensig di Feletto Umberto

FELETTO UMBERTO (Tavagnacco) – C’è una figura sulla copertina de L’Oro degli Immortali di Paolo Maurensig. È Lorenzo Dante Ferro. Maestro profumiere, certo, ma in realtà un distillatore di spiriti. Salire sul palco del teatro dedicato proprio a Maurensig non è un’esibizione: è un cerchio che si chiude, un ritorno a casa tra le ombre dei giganti. L’emozione in sala si taglia con il coltello, ma è una lama di seta.

Dimenticate i concerti. Scordate le conferenze. Lasciate perdere gli happening. Qui parliamo di un assalto frontale ai sensi. Orecchio, occhio, naso. Un triangolo equilatero di piacere puro. LDF lo dice con un sorriso proprio di chi la sa lunga: il primo trattato sui profumi lo ha scritto un certo Eustachio Celebrino da Udine, a pochi chilometri da qui. Radici profonde, fango del territorio e cipria rinascimentale. L’olfatto è il nostro senso primordiale, quello che scavalca la ragione e ti riporta là dove tutto è iniziato.

Lo spettacolo si articola in tre quadri ed altrettante Sfumature.  Atti di una rappresentazione profumata dove i giovanissimi dell’Ozone Sea Trio (Eleonora Pitis al piano, Andrea Bassi al sax, Sofia Battini al flauto) non accompagnano, vivisezionano l’aria di concerto con il Maestro.

Nell’ordine, dunque, I. quadro: bianco: il minimalismo del risveglio. L’aria si tinge di fresco. Sa di sapone di Marsiglia, di lenzuola asciugate al sole, di famiglia come nucleo atomico, primordiale. Lo staff di LDF si muove come un’unità d’élite coordinata dall’inseparabile moglie Cindy spruzzando essenze di meraviglia tra le poltrone mentre i musicisti si misurano con il rigore algido di Arvo Pärt.

Sulle pareti del teatro – un gioiello immersivo unico in Italia – fanno capolino le creazioni di Lorenzo Bosich ed esplode il geometrical visual. Linee che sezionano lo spazio.

Riflessione amara ma probabilmente condivisa: siamo assuefatti. I bombardamenti di notizie negative ci lasciano inerti, anestetizzati dal rumore di fondo. Eppure, davanti alla bellezza il pubblico crolla. Ci si commuove ancora. C’è speranza, allora, sotto questa crosta di cinismo. Forse.

II. quadro: ambra: i paradisi artificiali. Si cambia pelle. Lorenzo racconta aneddoti che sanno di palchi enormi (la collaborazione per i concerti di Jovanotti) e svela l’arcano: costruire un profumo è come scrivere uno spartito. Entrano l’oud, la mirra, il sandalo. Note orientali, spirituali, pesanti come velluto bagnato. Le pareti colano oro e resina per il liquid visual. Allo Steinway & Sons preparato mirabilmente da Lorenzo Cerneaz brilla l’introspettivo Satie, mentre il dialogo tra i fiati raggiunge vette di sensuale complicità . È un viaggio che parte da Kipling e naufraga nelle Mille e una Notte. C’è il mare di Sinbad, il profilo di Corto Maltese e la malia torbida di Venexiana Stevenson. Il lusso di perdersi in un harem di piaceri senza uscire di casa.

III. quadro: blue marine: l’ultima suite. Finale con uno schiaffo salmastro. Note marine, erbe aromatiche che pizzicano le narici: mirto, timo, rosmarino. È il Mediterraneo che ti pulisce polmoni e cuore. Oceanic visual con nuvole che corrono sulle pareti, trasformando il teatro in una caravella futurista alla deriva. Così il vertice musicale è una suite lunga, ipnotica, che mastica il minimalismo di Wim Mertens per sputarlo fuori con una freschezza nuova. I ragazzi del trio ci confessano il segreto: è un pezzo di Andrew Vang, un giovane talento americano scovato su YouTube. Lo hanno contattato, lui ha detto sì. Il mondo è piccolo, se sai che musica cercare.

Il gran finale è un loop ipnotico, che rapisce l’iride mentre la colonna sonora sigilla l’esperienza. Ricapitolando: vista, olfatto, tatto, udito, gusto: una volta riuniti i cinque sensi ecco che l’anima sorge spontanea, sentenzia Bioy Casares nel romanzo culto L’invenzione di Morel (la biblioteca è a pochi passi dal teatro, tra parentesi). Il che rimane come interrogativo ed affascinante ipotesi; la certezza – invece – è che in nessun altro teatro d’Italia – in quel momento, ma anche in quelli precedenti e successivi – vi siano stati dei comuni mortali che abbiano potuto assistere a un “qualchecosa” del genere. A loro un’esortazione, scrivete sulla pagina del diario “io c’ero”.

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