Cronaca & Attualità
Microplastiche nelle profondità del Carso, lo studio dell’Università di Trieste
Microplastiche trovate anche nelle grotte più remote del Carso triestino. Uno studio dell’Università di Trieste rivela come il Timavo possa trasportarle per chilometri nel sottosuolo
Ci sono luoghi a centinaia di metri sotto terra, raggiungibili soltanto da speleologi esperti e in alcuni casi attraverso lunghi passaggi sommersi, dove la presenza dell’uomo è stata praticamente nulla. Eppure nemmeno questi ambienti estremi del Carso triestino sembrano essere al riparo dalle microplastiche.
A dimostrarlo è uno studio coordinato dall’Università di Trieste, che ha individuato queste particelle nei sedimenti di profonde cavità collegate al sistema sotterraneo del fiume Timavo. Una scoperta significativa non soltanto per il Friuli-Venezia Giulia: aiuta infatti a capire come l’inquinamento proveniente dalla superficie possa penetrare fino agli ecosistemi sotterranei più remoti.
Le microplastiche anche dove l’uomo arriva a fatica
La ricerca ha preso in esame tre cavità del Carso Classico: l’Abisso di Trebiciano, conosciuto e frequentato da molto tempo per attività scientifiche e speleologiche, e due ambienti molto più remoti, la Caverna Maucci e la grotta Luftloch.
È soprattutto il confronto tra queste grotte a rendere interessante il risultato. La Caverna Maucci si trova a circa 300 metri di profondità e può essere raggiunta da speleosub esperti solamente dopo un tratto subacqueo di oltre 200 metri. Prima dei campionamenti scientifici era stata raggiunta pochissime volte.
La Luftloch, invece, ha rivelato il suo grande ambiente terminale attraversato dal Timavo soltanto nel 2024. Anche in questo caso, al momento dei prelievi la frequentazione umana era stata pressoché inesistente.
Nonostante queste enormi differenze rispetto all’Abisso di Trebiciano, le concentrazioni medie di microplastiche rilevate nelle tre cavità sono risultate comparabili.
Chi desidera consultare i dati completi può approfondire direttamente lo studio scientifico pubblicato sulla rivista Microplastics.
Fino a oltre 100 particelle per chilogrammo di sedimento
I ricercatori hanno analizzato i sedimenti utilizzando, tra le altre tecniche, la spettroscopia μFT-IR, che permette di identificare la natura dei piccoli frammenti raccolti.
I livelli medi rilevati oscillano tra 84,7 e 105,9 particelle per chilogrammo di sedimento secco. Le forme predominanti sono fibre e frammenti, mentre tra i materiali identificati compaiono soprattutto polipropilene (PP), polietilene (PE) e PET, plastiche largamente diffuse nella vita quotidiana e negli imballaggi, nei tessuti e in numerosi prodotti industriali.
Il risultato, tuttavia, non significa che sia stata individuata una specifica sorgente responsabile dell’inquinamento. Lo studio indica piuttosto un meccanismo di trasporto molto più complesso.
Il Timavo potrebbe essere il grande trasportatore sotterraneo
La presenza di quantità simili di microplastiche sia nelle cavità quasi incontaminate dalla frequentazione umana sia in quella visitata da decenni suggerisce infatti che il principale vettore non siano gli speleologi o i visitatori delle grotte.
L’ipotesi sostenuta dai risultati è che un ruolo fondamentale sia svolto dal fiume Timavo, che mette in comunicazione idrologica le diverse cavità.
Il bacino del Reka-Timavo attraversa territori con insediamenti urbani, attività agricole e vitivinicole, infrastrutture stradali e altre fonti di pressione antropica. Le particelle presenti nelle acque superficiali possono quindi essere trasportate dal fiume nel suo percorso sotterraneo e depositarsi nei sedimenti delle grotte.
È un dettaglio particolarmente importante: un ambiente sotterraneo fisicamente lontanissimo dalle attività umane non è necessariamente isolato da ciò che accade in superficie.
Le piene lasciano una sorta di “firma” nei sedimenti
Gli studiosi hanno scoperto anche qualcosa di ancora più particolare. La concentrazione delle microplastiche non è uniforme all’interno delle grotte.
Allontanandosi dal livello abitualmente occupato dal fiume e salendo verso depositi posti più in alto, il numero di particelle può aumentare considerevolmente: in alcuni punti è risultato da quattro fino a dodici volte superiore rispetto ai sedimenti più vicini al corso d’acqua.
La spiegazione proposta riguarda le piene. Quando il Timavo sotterraneo cresce, l’acqua invade progressivamente porzioni più elevate delle cavità trasportando sedimenti e microplastiche. Durante queste fasi le particelle possono essere selezionate e depositate in maniera differente anche in relazione alla loro densità.
Le zone raggiunte soltanto dalle piene maggiori possono quindi funzionare come una sorta di archivio dell’inquinamento trasportato dal fiume.
Un problema che riguarda gli acquiferi carsici
La scoperta del Carso triestino si inserisce in un quadro scientifico più ampio. Una revisione internazionale pubblicata nel settembre 2026 sul Journal of Hydrology sottolinea che le microplastiche sono state rilevate negli studi finora condotti sulle acque sotterranee carsiche, anche se le differenze nei metodi di campionamento e analisi rendono ancora difficile confrontare direttamente molti risultati.
Gli acquiferi carsici sono particolarmente delicati perché l’acqua può percorrere rapidamente fratture, pozzi e grandi condotti sotterranei, con una capacità di filtrazione naturale diversa da quella di altri sistemi.
Anche Arpa Friuli-Venezia Giulia sta sviluppando attività di ricerca sugli inquinanti nelle acque di grotta insieme all’Università di Trieste e a gruppi speleologici, a conferma del crescente interesse scientifico verso ciò che viene trasportato nel sottosuolo carsico.
Il sottosuolo non è separato da ciò che accade in superficie
La ricerca non dimostra che il sistema del Timavo sia eccezionalmente contaminato rispetto ad altri ambienti analoghi, né consente di attribuire le particelle individuate a una singola attività umana. Offre però una prova molto concreta della capacità delle microplastiche di percorrere grandi distanze e raggiungere luoghi apparentemente isolati.
Ed è forse questo il dato più sorprendente.
A centinaia di metri sotto il Carso, in ambienti raggiunti dall’uomo soltanto in occasione di difficili esplorazioni speleologiche, sono arrivati materiali prodotti e dispersi in superficie. Le grotte più remote possono così conservare nei propri sedimenti le tracce invisibili di quello che accade molti metri più in alto.
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