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“Più si va avanti e più si ritorna alle proprie origini!” Carmen Consoli, grande successo a San Giusto

Concerto tributo alla Sicilia con i temi a lei cari, uno speciale omaggio a Battiato e alle donne delle sue canzoni

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foto: Carmen Consoli in concerto al Castello di San Giusto

TRIESTE – “Sono Ubriaca della bellezza di questa città, le vie, questo castello, il porto, e soprattutto la gentilezza dei triestini!” Apre con una dichiarazione d’amore per la città Carmen Consoli la sua applauditissima performance nel capoluogo FVG replicata immediatamente da una fragorosa risata del pubblico. Sebbene le parole siano sincere, il parterre – che bene conosce le proprie qualità quanto i propri difetti – non può esimersi per ovvi motivi dall’esplodere in ilarità all’accostamento dei sostantivi gentilezza e Trieste. Pronti-via, tutti di buon umore insomma, che ci manca solo il classico viva là e po’ bon!

Parlare di Carmen Consoli senza adoperare il vocabolo cantantessa (troppo tardi, ormai già fatto!) è come citare Patti Smith evitando la formula sacerdotessa-del-rock, Bob Dylan senza menzionare la stringa il menestrello-di-Duluth, to be continued, come affermava uno che di musica ne sa più dello scrivente. Tuttavia, mettendoci anche d’impegno, si potrebbe anche riuscire a farlo: quello che invece risulta impossibile è raccontare CC – la sua carriera, i suoi concerti, la sua vita – senza parlare di Sicilia con tutte le declinazioni del caso. Anima siciliana, sicilianità, pietanze siciliane cucinate da mamme siciliane, ricette siciliane custodite da nonne siciliane, profumi siciliani, atmosfere siciliane, donne siciliane, musica siciliana. Orgoglio siciliano, insomma, quello che va di scena in una magnifica notte al Castello di San Giusto e che chiude il mese di giugno.

L’eroina da Catania parte con numero tre canzoni in dialetto – non vi dico di quale regione – e dopo una ventina di minuti nelle prime file quanto nelle ultime ci si chiede – ou, ma la canta solo in sicilian?! – questa volta in un dialetto estraneo alla Trinacria. L’Ultimo Bacio, fortunata colonna sonora di un altrettanto fortunato film, rompe l’incantesimo

Capitolo Battiato: “non potevo intraprendere questo viaggio nella mia, nella nostra rrregione (con tre R), senza ricordare Franco, che mi ha insegnato tante cose” alle prese con uno dei pezzi forti del repertorio, il dialogo colloquiale con il pubblico, intercalando “voleva insegnarmi a dipingere ma non c’è riuscito, però ha dipinto dei momenti meravigliosi nella mia vita e poiché – come dice qualcuno – il tempo si misura in momenti e non in anni, ho vissuto con il Maestro centomila anni!” Stranizza d’Amuri, immancabile.

Arrivano le hits con i temi tanto cari: Geisha, patriarcato vs matriarcato laddove (secondo la cantautrice aspirante psicologa) il vero problema sarebbe il cosiddetto narcisismo patologico. Oppure Maria Catena, abbandonata sull’altare che non è tanto la tragedia sentimentale quanto l’opinione degli altri, la maldicenza, la reputazione, ovvero la prigione sociale.

Nella sua anima l’anima di un’intera regione, si diceva, che, comunque la si voglia pesare, è inimitabile: macchietta alla Franco e Ciccio, verve tagliente di Peppino Impastato, dignità di Franca Viola, gli occhi spiritati di Totò Schillaci, allusioni de Il Gattopardo, maschere pirandelliane. Dentro di lei pare si muove tutta un’isola: presente, passata e futura.

Chiudono applauditissime Amore di Plastica, Confusa e Felice, Parole di Burro. Già, è proprio così, più si va avanti nell’età e più si ritorna alle prorpie origini. E non vale solo per la cantantessa!

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