Cronaca & Attualità
Violenza tra i giovani, psicologi FVG: “Non cercate risposte semplici”
Violenza giovanile e disagio emotivo: l’ invita a superare letture semplicistiche
Il grave episodio avvenuto a Trescore Balneario, dove un ragazzo di 13 anni ha accoltellato una docente, riaccende il dibattito sulla violenza giovanile. Secondo l’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Friuli-Venezia Giulia, però, il rischio più grande è quello di cercare spiegazioni immediate e superficiali a un fenomeno ben più articolato.
A sottolinearlo è Federica Parri, consigliera dell’Ordine e psicoterapeuta, che invita a guardare oltre il singolo fatto: comprendere questi eventi significa analizzare i processi psicologici, sociali e culturali che li generano.
Violenza come linguaggio e bisogno di visibilità
Uno degli aspetti chiave riguarda la percezione di un aumento della violenza tra i giovani. In realtà, spiegano gli esperti, non si registra un incremento lineare dei reati, ma piuttosto un cambiamento nella loro forma e nella loro visibilità.
Oggi la violenza assume una dimensione anche mediatica e performativa, diventando talvolta un modo per comunicare. In un contesto in cui “esistere significa essere visti”, anche un gesto estremo può trasformarsi in un tentativo di emergere. Più un ragazzo si sente invisibile, più il messaggio diventa radicale.
Adolescenza e fragilità emotiva
L’adolescenza è una fase delicata, in cui si costruisce l’identità. Episodi percepiti come umilianti o frustranti possono assumere un peso amplificato, generando sentimenti di impotenza e perdita di controllo.
In alcuni casi, il gesto violento rappresenta un tentativo disfunzionale di affermazione. Come evidenzia Parri, è il momento in cui il ragazzo smette di sentirsi invisibile, anche se solo per pochi istanti e in modo negativo. Per questo motivo, comprendere non significa giustificare, ma intervenire con strumenti adeguati.
Il ruolo centrale di scuola, famiglia e comunità
La prevenzione passa soprattutto dalla capacità di creare spazi di ascolto. Scuola, famiglia e contesti educativi devono collaborare per offrire ai giovani la possibilità di esprimere il proprio disagio prima che si trasformi in azione.
Le reazioni a fatti come quello di Bergamo tendono spesso a essere polarizzate: da un lato la demonizzazione del minore, dall’altro tentativi di giustificazione. A queste si aggiungono richieste di pene più severe o accuse alle istituzioni, che però rischiano di semplificare eccessivamente la realtà.
Sicurezza sì, ma non basta
Misure come metal detector e controlli più rigidi possono contribuire a ridurre alcuni rischi, ma non affrontano le cause profonde. Il vero nodo resta il mondo emotivo dei ragazzi.
Secondo l’Ordine, la prevenzione efficace richiede di aiutare i giovani a riconoscere le emozioni, gestire la frustrazione e costruire un’identità sana, non basata sulla sopraffazione o sulla ricerca di visibilità a tutti i costi.
Pascoli: “Non delegare tutto alla scuola”
In linea con queste riflessioni, la presidente dell’Ordine FVG, Eva Pascoli, invita a evitare letture riduttive:
“Il rischio è cercare risposte semplici a fenomeni complessi”.
Pascoli sottolinea inoltre l’importanza di non scaricare ogni responsabilità sulla scuola, ma di rimettere al centro il ruolo della famiglia e della comunità. Anche segnali come la lettera dell’insegnante coinvolta devono essere letti come opportunità: continuare a credere nei ragazzi è già un atto educativo fondamentale.
Prevenzione e responsabilità condivisa
Gli episodi di violenza giovanile non sono isolati né spiegabili con una sola causa. Interrogano l’intero sistema: famiglie, scuola, istituzioni e modelli culturali.
Non esistono strumenti per prevederli con certezza, ma il lavoro degli psicologi può contribuire a prevenirli, favorendo relazioni sane e contesti di crescita emotiva. La sfida è costruire una cultura della responsabilità, in cui i giovani imparino ad ascoltarsi e a rispettare gli altri.
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