Seguici su

Eventi & CulturaPordenone

L’eleganza del tempo ritrovato: Pordenone e il cinema muto che sfida l’avvenire

Dal 3 al 10 ottobre al Teatro Verdi la quarantacinquesima edizione del festival più stiloso, elegante e passatista che ci sia. Si parte con Douglas Fairbanks e si chiude con il kolossal fordiano

Massi Boscarol

Pubblicato

il

Don Q Son of Zorro / Don X, il figlio di Zorro (Donald Crisp, US, 1925) Douglas Fairbanks Credit: AMPAS/Margaret Herrick Library, Beverly Hills

PORDENONE – Uno si chiede: ma cosa mai avranno da raccontarci pellicole scartate dal secolo scorso, polverose e senza voce?! Eppure, mentre fuori il presente urla il suo caos digitale, qui si torna a respirare la vera essenza dello spettacolo. E per nulla non si è arrivati alla quarantecinquesima edizione!

Quest’anno si comincia sabato 3 ottobre al Teatro Verdi, dopo il consueto prologo al Teatro Zancanaro di Sacile, con un pezzo da novanta: Don Q Son of Zorro (Don X, il figlio di Zorro). Diretto da Donald Crisp nel 1925, il film vede protagonista assoluto Douglas Fairbanks. Qui si gioca un campionato diverso: Fairbanks è il primo, vero, inimitabile Zorro della storia dello schermo, quello che ha inventato la maschera e la sciabola con una agilità acrobatica tale da far sembrare impacciato persino un fuoriclasse come Alain Delon nei suoi panni spadaccini. Quando uscì, la rivista La Settima Arte lo elesse a re dell’aristocrazia cinematografica. Oggi arriva fresco di restauro dal Danske Filminstitut di Copenaghen, accompagnato dalla partitura inedita di Andrej Goričar sul podio della RTV Slovenia Symphony Orchestra.

Le coordinate dell’edizione affondano poi le mani nei tabù con la retrospettiva principale curata da Tony Kaes e Michael Cowan: “Weimar senza censure: tabù e trasgressioni nel cinema tedesco del 1919-1920”. In quegli anni di vertiginosa precarietà post-bellica, la censura non sapeva nemmeno dove stesse di casa, lasciando spazio a pellicole infuocate su lussuria e perdizione. Il superstite più scandaloso è Heddas Rache (1919) di Jaap Speyer, le cui proiezioni venivano regolarmente assaltate da milizie armate in cerca di moralità, anticipando i cupi presagi del Novecento. Non è da meno Pest in Florenz (1919) di Otto Rippert, scritto da Fritz Lang, dove una Firenze rinascimentale da camera fa da fondale a una pestilenza mossa interamente dalla carnalità.

Spazio alla nostra storia con il ritorno di Italia Almirante Manzini in L’Arzigogolo (1924) di Mario Almirante, recuperato grazie alla caparbietà della Cineteca del Friuli e del Museo Nazionale del Cinema di Torino, pronto per il battesimo della prima mondiale. Il viaggio tricolore abbraccerà poi le suggestioni del Lazio e del Vaticano.

Per il gran finale di sabato 10 ottobre, con replica l’undici, il festival cala l’asso definitivo: The Iron Horse (Cavallo d’acciaio) di John Ford, capolavoro western del 1924 che consacrò il trentenne regista e lanciò nell’empireo delle star George O’Brien. Un poema visivo di rotaie, polvere e frontiera americana, tirato a lucido nella copia 35mm della Photoplay di Londra e musicato da John Lanchbery per l’Orchestra da Camera di Pordenone diretta dal maestro Ben Palmer.

Chi non ha mai vissuto la magia di LGDCM sappia come gira il fumo: sala strapiena, didascalie che dettano il ritmo e, nella buca, musicisti di razza a cesellare ogni fotogramma dal vivo. Per chi non si accontenta del futuro, l’appuntamento è fissato: dal 3 al 10 ottobre 2026, perchè l’unico tempo che vale la pena di essere vissuto… è il passato.

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI

Continua a leggere le notizie di Diario FVG e segui la nostra pagina Facebook

Clicca per commentare

You must be logged in to post a comment Login

Tu cosa ne pensi?