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Daniele Pecci, born to be Wilde!

Oscar Wilde: il dandy per eccellenza tutto in una notte al teatro di Gradisca d’Isonzo con Divagazioni e Delizie

Massi Boscarol

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Daniele Pecci, un Oscar Wilde straordinario al teatro di Gradisca d'isonzo

GRADISCA D’ISONZO – C’è un’idea distorta che circola oggi nelle accademie del cattivo gusto: che il dandismo sia l’accumulo del superfluo. Se così fosse, vivremmo in un mondo di dandy, mentre è evidente il come siamo circondati da replicanti. Il dandismo moderno, ammesso che esista, è una vocazione minimalista per sottrazione. È saper stare in un vuoto pneumatico con la schiena dritta e un sorriso sarcastico all’occhiello.

Al Teatro di Gradisca d’Isonzo, Daniele Pecci ha incarnato questa sottrazione con una maestria che definire superlativa è quasi un insulto alla sua bravura. Il testo è quello di John Gay, già nobilitato negli anni ’70 dal gentiluomo dell’horror Vincent Price (che ci ricordava come “non dobbiamo pensare all’arte solo come a qualcosa di morto”) e in Italia dal monumentale Romolo Valli. Ma Pecci?! Ebbene, si è preso la scena con una ferocia elegante che ha lasciato il pubblico senza fiato.

L’inizio è un presagio: un tendone funebre, un vociferare indistinto in sottofondo. Poi lui. Sigaretta in mano, smoking consunto, irriverenza che pare uscita da un manuale di estetica sovversiva. “Sì, sono Oscar Wilde!” si presenta, e il volto è già una maschera di sofferenza, insofferenza, genio.

Siamo a Parigi, in esilio. Oscar Wilde è malato, i giorni volano verso la fine tra i fumi dell’assenzio e il suono di un pianoforte volutamente scordato. Cabaret malfamato, sedie accatastate, un grammofono che gracchia a metà spettacolo. In questo caos ordinato, Pecci lancia le sue boutade sulfuree come granate sartoriali: “non vi trascinerò sulla retta via!” esclama, mettendo subito a proprio agio una platea che lo adora in religioso silenzio e dentro la quale si distingue lo sfogliare di un taccuino per appunti.

Wilde-Pecci non fa sconti. Si scusa per come saranno vestiti gli americani, da leggersi come condizione dello spirito borghese prima ancora che provenienza geografica e ci avvisa che “una cosa banale può diventare piacevole se inganni un po’ te stesso!”, regalandoci la lezione definitiva sulla condotta dell’individuo in società col perentorio “se una bugia non è detta con stile… tanto vale dire la verità!”

L’umorismo di Wilde, a distanza di un secolo, morde ancora in quanto profondamente anti conformista. Quando sentenzia che “le donne ci danno il mondo ma poi lo vogliono indietro in termini di banconote di piccolo taglio” la risata in sala è amara, catartica, sincera. Pecci mostro di bravura: commovente, affettato, impostato, mai rigido, sempre teatrale: mimica, gestualità, espressione, intonazione. In una parola perfetto – come la giovinezza che decanta il suo eroe – impossibile immaginare un attore più in parte. Senza esagerazione.

Il momento del processo e del carcere è un fendente nello stomaco. Il ricordo di Bosie, il tradimento, il dolore trasformato in ritmo. La Ballata del carcere di Reading – letta in inglese e poi tradotta – scandita con il piede come il miglior blues, disperato. Brividi che si tagliano con un coltello incastonato di diamanti e rubini, mentre egli ammonisce col suo monito passatista: “bisogna andare avanti all’indietro!”

Non mancano le massime tratte da Il ritratto di Dorian Gray, quelle che oggi finiscono tragicamente sui Baci Perugina, ma che qui ritrovano il loro veleno originale: “sono i cattivi che eccitano la fantasia, i buoni deprimono la ragione!” Poi, l’imprevisto. Quello schiaffo in puro stile che chiude il cerchio. Wilde si ferma, annulla l’intercalare e dichiara secco: “bene, basta, lo spettacolo è finito!” Quindi esce. Sipario.

Sia chiaro: se non fosse tornato per gli applausi, sarebbe stato il colpo di grazia perfetto. Ci saremmo portati a casa lo shock di un Wilde svanito nel nulla e per sempre con noi. Ma il pubblico di Gradisca gli ha tributato un trionfo tale che restare dietro le quinte sarebbe stato impossibile. Del resto, lo sappiamo, l’improbabilità è una delle colonne del dandismo. Perchè non c’è salvezza fuori dalla bellezza, dallo stile, dall’eleganza, in un mondo dove l’arte è verità suprema e la vita… menzogna.

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