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Medio Oriente, Nasr a Open Dialogues: “La guerra con l’Iran segnerà il futuro della regione per decenni”
A Open Dialogues l’analista Vali Nasr avverte: il conflitto con l’Iran potrebbe ridisegnare il Medio Oriente per decenni. La guerra si sposta anche sui mercati energetici globali, con forti implicazioni economiche e geopolitiche
Il conflitto in Medio Oriente potrebbe ridefinire gli equilibri geopolitici della regione per molti anni. È questa la lettura proposta da Vali R. Nasr, uno dei più autorevoli studiosi di politica mediorientale a livello internazionale, intervenuto in videocollegamento a Udine durante il forum Open Dialogues for the Future.
Secondo il Majid Khadduri Professor of Middle East Studies and International Affairs alla Johns Hopkins University – SAIS, la guerra in corso non è soltanto uno scontro militare, ma una partita strategica che avrà conseguenze profonde sulla stabilità regionale e sugli equilibri globali per decenni.
“Questa è la guerra che deciderà il futuro del Medio Oriente per i decenni a venire, indipendentemente dal suo esito”, ha spiegato Nasr durante il suo intervento, offrendo un’analisi che intreccia politica, economia ed equilibri militari.
Israele e l’obiettivo di ridimensionare l’Iran come attore regionale
Nel suo intervento, Nasr ha sottolineato come gli obiettivi strategici di Israele si siano evoluti nel corso del conflitto.
Se inizialmente la priorità era neutralizzare il programma nucleare e missilistico iraniano, oggi – secondo lo studioso – l’ambizione sarebbe più ampia: ridurre drasticamente il peso geopolitico di Teheran nella regione.
L’ipotesi più radicale evocata da Nasr è quella di un Iran trasformato in uno Stato fragile o destabilizzato, simile allo scenario della Libia dopo la caduta di Gheddafi. Un risultato che cambierebbe radicalmente l’assetto politico del Medio Oriente, ma che porterebbe con sé forti rischi di instabilità a lungo termine.
La strategia degli Stati Uniti resta poco definita
Un altro punto centrale dell’analisi riguarda la posizione degli Stati Uniti, che secondo Nasr appare ancora priva di una strategia chiara.
Durante la presidenza Donald Trump, Washington avrebbe oscillato tra diversi obiettivi:
- colpire e limitare il programma nucleare iraniano
- favorire un cambio di regime a Teheran
- ipotizzare addirittura una “transizione di regime” sul modello venezuelano
Tuttavia, ha osservato Nasr, non è mai stato chiarito quale sia il vero punto di arrivo della strategia americana, ovvero quale condizione possa essere considerata una “vittoria” per gli Stati Uniti.
L’Iran punta sulla sopravvivenza dello Stato
Consapevole di confrontarsi con una superpotenza militare e con l’esercito tecnologicamente più avanzato della regione, l’Iran avrebbe adottato una strategia basata su resilienza e sopravvivenza nel lungo periodo.
Secondo Nasr, Teheran ha riorganizzato le proprie strutture di comando, distribuendo il potere operativo tra diversi funzionari e livelli decisionali.
Questo assetto consentirebbe allo Stato iraniano di continuare a funzionare anche in caso di eliminazione della leadership, rendendo molto più difficile un collasso rapido del sistema politico.
La guerra si sposta sui mercati energetici globali
Uno degli aspetti più innovativi dell’analisi di Nasr riguarda lo spostamento del baricentro del conflitto.
L’Iran avrebbe deciso di non combattere soltanto sul piano militare tradizionale, ma di portare la pressione anche sui mercati energetici e sulle catene di approvvigionamento globali.
Gli attacchi alle infrastrutture energetiche nel Golfo e ai sistemi logistici internazionali – che coinvolgono gas liquefatto, fertilizzanti e altre materie prime strategiche – avrebbero un obiettivo preciso:
imporre un “premio di rischio” permanente sull’economia mondiale, rendendo più costose e instabili le forniture energetiche.
Questa pressione economica diventerebbe così uno strumento politico per influenzare le decisioni occidentali, soprattutto negli Stati Uniti.
Il nodo dei costi militari: droni economici contro sistemi miliardari
Nasr ha evidenziato anche un’importante asimmetria nei costi della guerra.
L’Iran utilizza droni relativamente economici, mentre gli Stati Uniti e Israele devono impiegare sistemi di difesa molto più costosi per intercettarli, come Patriot e Thaad.
Si tratta di tecnologie sofisticate ma costose e prodotte in quantità limitate.
Questa dinamica, secondo lo studioso, potrebbe avere effetti sulla capacità militare americana su altri fronti globali, dall’Ucraina all’Asia.
Il rischio di un collasso iraniano: instabilità e crisi umanitarie
In conclusione, Nasr ha lanciato un monito: la caduta dello Stato iraniano non garantirebbe affatto la pace.
Al contrario, potrebbe generare:
- una versione ancora più radicale del regime
- un collasso statale simile alla Libia
- decenni di instabilità regionale
Uno scenario che potrebbe innescare nuove crisi umanitarie e flussi di rifugiati, già oggi visibili sul fronte libanese.
“Gli Stati Uniti sono tornati a preoccuparsi del Medio Oriente proprio mentre cercavano di spostare l’attenzione strategica verso l’Asia”, ha osservato Nasr, sottolineando come Washington non disponga oggi di una via d’uscita semplice da questo conflitto.
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