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Educazione affettiva e sessuale: gli psicologi FVG chiedono dialogo, prevenzione e percorsi scientifici per i giovani.

Educazione affettiva e sessuale: il silenzio degli adulti può davvero aiutare bambini e adolescenti?

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Educazione sessuale
Educazione sessuale ( © Depositphotos)

Le domande dei bambini e degli adolescenti su corpo, emozioni, relazioni e sessualità esistono a prescindere dalle polemiche politiche. Ignorarle non significa eliminarle. Al contrario, significa lasciare che trovino risposte altrove, spesso sul web, sui social network o attraverso modelli culturali che non sempre sono adeguati alla loro età. È questa la posizione espressa dall’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Friuli-Venezia Giulia, intervenuto nel dibattito seguito all’approvazione del ddl Valditara sull’educazione affettiva e sessuale nelle scuole.

Secondo l’Ordine, la questione non dovrebbe essere affrontata come uno scontro ideologico tra opposte visioni culturali, ma partendo dai bisogni concreti di bambini e ragazzi, che durante la crescita si confrontano inevitabilmente con temi come l’identità, le relazioni, il rispetto e il consenso.

La famiglia resta il primo luogo educativo

Per gli psicologi, il primo contesto in cui prende forma l’educazione affettiva e sessuale è la famiglia. È all’interno delle mura domestiche che nascono le prime curiosità e i primi interrogativi legati al corpo, alle emozioni e alle relazioni con gli altri.

Tuttavia, non sempre gli adulti si sentono preparati ad affrontare questi argomenti. Imbarazzo, difficoltà comunicative o mancanza di strumenti possono rendere complicato il dialogo. Proprio per questo, secondo l’Ordine, è fondamentale che la comunità educante nel suo complesso – famiglie, scuola e professionisti – collabori per accompagnare i giovani in un percorso di crescita consapevole.

«Le loro domande su corpo, affetti, relazioni, consenso e differenze esistono indipendentemente dal dibattito degli adulti», afferma Lucia Beltramini, referente del Comitato Pari Opportunità dell’Ordine FVG. «La comunità educante non deve sottrarsi, ma creare le condizioni affinché trovino risposte adeguate all’età e fondate su evidenze scientifiche».

Oltre gli stereotipi: cosa significa educazione affettiva e sessuale

Uno dei punti sottolineati dagli psicologi riguarda il significato stesso dell’educazione affettiva e sessuale, spesso al centro di interpretazioni fuorvianti.

L’Ordine precisa che non si tratta di proporre contenuti inappropriati o anticipare temi non adatti all’età dei minori. Al contrario, si parla di un percorso graduale e costruito sulle diverse fasi dello sviluppo, che aiuta bambini e adolescenti a comprendere sé stessi e le relazioni con gli altri.

Tra gli obiettivi indicati figurano il riconoscimento delle emozioni, la conoscenza del proprio corpo, la promozione del rispetto reciproco, la capacità di riconoscere comportamenti abusanti o inappropriati e la comprensione del valore del consenso.

«Non è un tema accessorio – sottolinea Beltramini – ma uno strumento di salute, prevenzione della violenza e promozione della parità».

I dati che spingono a non abbassare l’attenzione

A supporto delle proprie considerazioni, l’Ordine richiama alcuni dati che fotografano il rapporto tra giovani e affettività.

Secondo lo Studio Nazionale Fertilità del Ministero della Salute, il 94% dei giovani ritiene che la scuola debba fornire informazioni sulla sessualità. Parallelamente, una ricerca di Save the Children evidenzia come il 30% degli adolescenti consideri ancora la gelosia una prova d’amore, segnale della persistenza di modelli relazionali potenzialmente problematici.

Particolarmente significativo anche il dato relativo al Friuli-Venezia Giulia, dove uno studio ha rilevato che una relazione adolescenziale su dieci presenta forme di violenza psicologica, fisica o sessuale.

Numeri che, secondo gli psicologi, dimostrano come il problema non sia un eccesso di educazione, bensì la sua insufficienza.

Una responsabilità condivisa tra scuola, famiglia e servizi

Sul tema interviene anche la presidente dell’Ordine regionale, Eva Pascoli, che richiama il principio della corresponsabilità educativa.

«Le famiglie spesso non dispongono di strumenti adeguati. Il punto non è la richiesta di consenso, ma il rischio che questi percorsi diventino opzionali», osserva. Secondo Pascoli, proprio i ragazzi provenienti da contesti più fragili rischierebbero di essere esclusi da occasioni educative fondamentali.

La presidente richiama inoltre la Convenzione di Istanbul, che attribuisce all’educazione un ruolo centrale nella promozione del rispetto, dell’uguaglianza e nel contrasto agli stereotipi fin dall’infanzia.

Per l’Ordine degli Psicologi del Friuli-Venezia Giulia, dunque, la sfida non è limitare il confronto su questi temi, ma renderlo più consapevole, scientificamente fondato e accessibile. Perché, come ricordano gli esperti, le domande dei bambini e degli adolescenti non rappresentano un problema da evitare, ma un’opportunità educativa da cogliere.

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