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Safari umani durante l’assedio di Sarajevo: 23 Paesi chiedono un’inchiesta europea

I presunti “safari umani” di Sarajevo arrivano al Consiglio d’Europa: 23 Paesi chiedono accertamenti e verità sui possibili crimini di guerra

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Città distrutta dalla guerra
Città distrutta dalla guerra ( © Depositphotos)

Il caso dei presunti “safari umani” durante l’assedio di Sarajevo compie un importante salto di livello e approda nelle istituzioni europee. Dopo l’apertura di un’inchiesta da parte della Procura di Milano, la vicenda è arrivata all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, dove una mozione sostenuta da rappresentanti di 23 Paesi chiede di fare piena luce su responsabilità e possibili complicità rimaste finora senza risposta. Al centro della questione vi è la possibilità che cittadini stranieri abbiano preso parte ad azioni contro civili durante la guerra in Bosnia, un’ipotesi che, se confermata, configurerebbe un grave caso di crimini di guerra transnazionali.

La mozione presentata al Consiglio d’Europa

L’iniziativa è stata promossa dalla deputata bosniaca Sabina Ćudić, che ha portato il tema all’attenzione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Il documento punta a contrastare il rischio di impunità e sollecita un approfondimento istituzionale sul fenomeno dei cosiddetti “Sarajevo safari”.

Secondo le accuse emerse negli anni, durante il lungo assedio della capitale bosniaca alcuni cittadini stranieri avrebbero raggiunto le postazioni dei cecchini per sparare contro la popolazione civile. Si tratta di una vicenda ancora da accertare sotto il profilo giudiziario, ma che oggi assume una rilevanza politica e internazionale grazie al sostegno ricevuto da parlamentari provenienti da oltre venti Paesi europei.

Dall’inchiesta italiana a una dimensione internazionale

In Italia il caso è già oggetto di indagine. La Procura di Milano ha aperto un fascicolo in seguito all’esposto presentato dal giornalista Ezio Gavazzeni, con l’obiettivo di verificare eventuali coinvolgimenti di cittadini italiani nei presunti viaggi verso Sarajevo durante gli anni della guerra.

Nei mesi scorsi erano emersi riferimenti anche a possibili collegamenti con il Nordest italiano e con Trieste, elementi che hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica locale. Tuttavia, con l’intervento del Consiglio d’Europa, la questione supera ormai i confini nazionali.

L’interrogativo non riguarda più soltanto eventuali responsabilità individuali, ma l’eventuale esistenza di una rete internazionale che avrebbe potuto organizzare, facilitare o coprire questi spostamenti verso le zone di guerra.

Il tema dell’impunità

Il cuore della mozione europea è rappresentato dalla richiesta di evitare che possibili crimini restino senza colpevoli a causa del tempo trascorso. Sono passati oltre trent’anni dall’assedio di Sarajevo, ma per i firmatari del documento la distanza temporale non può diventare un ostacolo alla ricerca della verità.

L’assedio della capitale bosniaca rappresenta una delle pagine più drammatiche della storia europea contemporanea. L’eventuale partecipazione di cittadini stranieri all’uccisione di civili aggraverebbe ulteriormente il quadro di uno dei conflitti più sanguinosi avvenuti nel continente dopo la Seconda guerra mondiale.

Una richiesta europea di verità

Il sostegno arrivato da 23 Paesi conferisce alla vicenda una portata senza precedenti. Per i promotori della mozione, il caso non può essere relegato al racconto dei sopravvissuti, alle testimonianze giornalistiche o alle ricostruzioni documentaristiche.

L’obiettivo è ottenere un accertamento istituzionale e internazionale, capace di chiarire eventuali responsabilità e di rispondere alle domande che ancora circondano i presunti “safari umani” di Sarajevo. Una richiesta che punta a fare piena luce su una vicenda che continua a interrogare la coscienza europea e il rapporto del continente con il proprio passato più recente.

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