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L’operetta, se Ronchi riscopre il suo legame mitteleuropeo

A cura della biblioteca in scena l’ennesimo riscatto della “sorella minore” tra yodel, belati e sferzate di jazz primitivo. Il duo Binetti-Zanetti riaccende quattro secoli di appartenenza imperiale contro il baccano del conformismo estivo

Massi Boscarol

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Zanetti e Binetti in una foto di repertorio di Paolo Fabricci

RONCHI DEI LEGIONARI – Operetta, operetta e ancora operetta. C’è chi l’ha sempre sbeffeggiata dall’alto dei palchi d’oro, liquidandola come la sorella minore e un po’ ruffiana della grande opera lirica; c’è chi oggi la vorrebbe seppellire come un fossile da museo per nostalgici in cerca di rassicurazioni; e poi c’è la realtà di una cifra popolare ed al contempo aristocratica che a colpi di tutto esaurito si prende la sua rivincita. Spietata.

Ventisettesima edizione di Incontri d’Estate in Biblioteca. Contenitore culturale curato con il solito impeccabile scrupolo dalla Biblioteca Sandro Pertini, ostinato nel rifiuto della banalità da spiaggia. In prima fila Rossanna Poletti, presidente dell’Associazione Internazionale Operetta, incassa applausi e sorrisi, visibilmente orgogliosa mentre diventa il bersaglio mobile delle boutade di un Andrea Binetti semplicemente incontenibile. L’intesa di questi con Ilaria Zanetti non è roba da spartito, è un patto di sangue fatto di sguardi, registri vocali che si incastrano al millimetro e una complicità che rasenta il plagio amoroso. Dietro di loro, al pianoforte, Alessandra Sagelli muove le dita con un fascino antico, ammantata da una grazia che si diverte visibilmente a guardare quel duo che scavalca la ribalta.

Nostalgia? No, errore. Chiamatelo, semmai, senso di appartenenza. Intensa, profonda, maledettamente attuale. Ronchi richiama le sue origini austroungariche in lunghi applausi che sanno di legame mai sopito. Oltre quattro secoli di impero che riemergono non come un pianto sul tempo che fu, ma come un passaporto spirituale da riscoprire ogni volta per ricordarsi chi siamo quando fuori tutto diventa un indistinto spazio commerciale.

Fervento in convento, cosa potremmo fare di Maria, adolescenza o quando l’amore è quasi un dovere, lo yodel, la capra, patriottismo austriaco di Edelweiss, contro ogni tirannia, addio ciao ciao aufwiedersehen goodbye! E poi umorismo per bocche buone, battute da… operetta, com’è giusto che sia se si vuole spazzare via l’ipocrisia dei salotti d’accademia.

Il passaggio di testimone verso il musical è quindi un brivido che al cinema corre sulla schiena di Julie Andrews – la mitica Miss Mary Poppins – che dal ventre di Tutti assieme appassionatamente si porterà dietro lo spirito e il passo della Maria del Salisburghese.

La seconda parte stringe le maglie del Salzkammergut. Johann Strauss, l’imperatore del valzer, con quel Sangue Viennese a ricordarci che l’operetta deriva direttamente dall’opera buffa, prima che il mercato provasse ad addomersticarla. E infine il Cavallino Bianco, il classico dei classici, terra di malintesi storici, di gnocchi di prugna e di quel jazz primordiale che già contaminava la vecchia Europa nel nome del bel Sigismondo.

Gran finale con l’omaggio benedetto a Sandro Massimini, di cui Binetti fu allievo devoto. Una sentenza morale mascherata da commedia, perché la buona musica e la buona cultura fanno, ci mettiamo faccia e firma, la buona società.

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