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“Il passato appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni!”

Le Giornate del Cinema Muto compiono 45 anni e Pordenone torna a essere il tempio dove la celluloide resuscita i fantasmi: Weimar senza censure, l’arte dei benshi, Douglas Fairbanks e il cavallo d’acciaio di John Ford

Massi Boscarol

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Quarantacinquesima edizione de Le giornate del cinema muto. Pordenone, 3-10 ottobre

“Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni.” Così sentenziava Eleanor Roosevelt. Però si sbagliava. Le Giornate del Cinema Muto – prova provata di quanto asserito dalla first lady più famosa della storia fosse completamente errato – infatti se ne infischiano del futuro preconfezionato e dei sogni edulcorati, e snobbano un presente privo di fascino preferendo resuscitare i fantasmi più archetipici, luridi, sfarzosi e geniali del secolo scorso dal 3 al 10 ottobre al Teatro Verdi di Pordenone. E questo per la quarantacinquesima volta di fila.

Sotto la guida di Jay Weissberg, la creatura che ha fatto della Destra Tagliamento la capitale mondiale dell’archeologia visiva torna a scuotere le coscienze con 250 titoli da 19 Paesi, orchestre titaniche, pianoforti spietati e una dose massiccia di Weimar senza filtri né ipocrisie borghesi.

Si parte giovedì 2 ottobre a Sacile con la classica sferzata di ironia firmata Harold Lloyd in For Heaven’s Sake (Il re degli straccioni, 1926) di Sam Taylor, accompagnato dal vivo dalla Zerorchestra guidata da Oscar Marchioni. Ma il vero terremoto scatta sabato 3 ottobre al Teatro Verdi: l’apertura ufficiale è affidata a Don Q, Son of Zorro (1925) di Donald Crisp, con un Douglas Fairbanks in stato di grazia e la partitura originale del maestro sloveno Andrej Goričar eseguita in anteprima assoluta dalla RTV Slovenia Symphony Orchestra.

Il programma è un labirinto senza via d’uscita per chi cerca certezze. Spicca la retrospettiva principale, “Weimar senza censure: Tabù e trasgressioni nel cinema tedesco, 1919-1920”, curata da Anton Kaes e Michael Cowan: un tuffo nella Berlino post-bellica dilaniata tra lussuria, prostituzione, satanismo e decadenza morale, dove spiccano rarità ritrovate come Genuine di Robert Wiene e Pest in Florenz, scritto da un ventinovenne Fritz Lang.

E se la seconda parte della riscoperta di Italia Almirante Manzini riporta in vita il sontuoso L’arzigogolo (1924) e la sezione “L’arte del benshi” spalanca le porte al Giappone più ipnotico con la narrazione dal vivo di Ichiro Kataoka e le musiche di Makia Matsumura, il festival cala l’asso nella manica per il gran finale: sabato 10 e domenica 11 il capolavoro western The Iron Horse (Il cavallo d’acciaio, 1924) di John Ford, sonorizzato dalla partitura di John Lanchbery eseguita dall’Orchestra da Camera di Pordenone diretta da Ben Palmer.

Programma completo su: Le giornate del cinema muto

 

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