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Colle del Castello, Udine si candida per ottenere il riconoscimento Unesco

Il colle è un unicum in Europa, è artificiale ed è il più grande dell’Età del Bronzo

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UDINE – Il colle del Castello non è stato realizzato da Attila, per godersi l’incendio di Aquileia. E’ invece molto antecedente all’epoca romana, probabilmente intorno al 1.400 avanti Cristo, ed è stato realizzato in maniera del tutto artificiale, attingendo alla terra della vicina piazza Primo Maggio e inoltre, elemento totalmente nuovo, non si tratterebbe di un tumulo funerario, ma un colle a scopo probabilmente protettivo, espressione dello sviluppo e delle conoscenze tecniche della comunità dell’epoca protostorica che a Udine aveva già realizzato il vicino Castelliere, il più grande del Friuli. Sono questi in sintesi gli eccezionali dati frutto delle ricerche coordinate dai Civici musei di Udine e dalla Soprintendenza archeologica presentati proprio in Castello, durante il convegno dal titolo “Il Colle del Castello. Archeologia Urbana a Udine”, alla presenza di numerosi ricercatori e esponenti del mondo culturale.
Dopo i saluti istituzionali del sindaco Alberto Felice De, dell’assessore alla Cultura e Istruzione Federico Pirone, del soprintendente archeologico Andrea Pessina e della docente di Università di Udine Lidia Borean e del consigliere regionale Moreno Lirutti, sono intervenuti la curatrice dei Civici musei di Udine Paola Visentini, che ha curato la pubblicazione del volume di ricerche, il geologo Alessandro Fontana dell’Università di Padova, la dottoressa Giorgia Musina per la Soprintendenza e la ricercatrice Angela Maria Ferroni, già funzionaria del Ministero della Cultura ed esperta Unesco Icomos.

Una serie di evidenze scientifiche e di datazioni totalmente inaspettate e che hanno subito fatto pensare all’amministrazione udinese a un riconoscimento internazionale.  “I dati presentati oggi rivelano qualcosa di straordinario e di inaspettato. La scoperta della natura del tutto artificiale del colle che da sempre identifica la città di Udine ci regala infatti nuove prospettive che pongono inevitabilmente la città in una posizione nuova in Europa. Oltre mille anni prima di Aquileia, Udine possedeva un monumento storico, risalente all’età del Bronzo e verosimilmente di natura difensiva, che testimonia la presenza in questo territorio di una comunità già organizzata. Un patrimonio storico archeologico di questa portata ci spinge allora a ragionare su una candidatura Unesco della nostra città, un’opportunità per valorizzare in maniera inedita il nostro patrimonio storico e culturale e la rete dei Castellieri friulani, anche qui una caratteristica unica del nostro territorio. Percorreremo con convinzione il processo per un riconoscimento europeo, forti delle scoperte dei nostri ricercatori e della collaborazione con tutte le istituzioni”. Il sindaco De Toni ha aperto con queste parole il convegno.
Il progetto di studi denominato “Archeologia Urbana a Udine”, è stato concepito nel 2015, formalizzato nel 2020 e ha coinvolto numerose istituzioni, studiosi e realtà culturali del nostro territorio, coordinato dai Civici Musei di Udine in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica. La collina su cui sorge il Castello di Udine è artificiale e di epoca preromana quindi, contrariamente a quanto vuole latradizione popolare secondo cui il colle del Castello di Udine sarebbe stato costruito dai soldati di Attila. Come spesso accade perciò, la tradizione popolare ha trasformato quella che non è che un’affascinante leggenda in storia. In realtà i dati geoarcheologici dalle analisi sul suolo, coordinati dal professore Alessandro Fontana del dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, hanno dimostrato che il colle, alto com’è noto oltre 30 metri, è stato eretto nell’età del Bronzo, tra il 1400 e il 1300 a.C.. In più, il suo volume di 500.000 m3,  , corrispondente circa al volume sottratto al terreno di piazza Primo Maggio e rivela un’inaspettata abilità nelle costruzioni di terra da parte degli uomini dell’epoca e un impatto sugli ambienti da parte dell’uomo già molto considerevole. Quindi Udine non nasce intorno al Colle, bensì viene realizzato proprio per la presenza della città, per l’importanza del suo abitato.

Udine probabilmente era il centro di controllo del territorio circostante ed il Colle era visibile fino a circa 15 chilometri di distanza, e grazie allo scavo è stato possibile raccogliere nella Piazza delle risorse idriche altrimenti assenti in città, come viene testimoniato da alcune immagini risalenti al Medioevo che certificavano la presenza di un lago in Piazza Primo Maggio, fra il Colle del Castello e l’area ora corrispondente al complesso delle Grazie.
“L’elemento di novità principale” ha sottolineato il soprintendente Andrea Pessina “riguarda proprio la natura del Colle, artificiale e non più tumulo funerario, bensì vero e proprio monumento eretto da una comunità dell’Età del Bronzo, di circa 3.000 anni fa, molto numerosa e organizzata tanto da realizzare un colle di queste dimensioni e importanza. Un colle di queste dimensioni è assolutamente eccezionale e ignoto a livello europeo. La Comunità dell’epoca ha voluto costruire un vero e proprio simbolo, rimasto poi inalterato nel corso dei millenni, dalla forte valenza identitaria”
I numeri che descrivono il progetto sono decisamente importanti. Sono stati coinvolte 13 istituzioni, riuniti 40 studiosi con competenze diverse, analizzati oltre 60.000 reperti, compiuti 62 sondaggi geognostici con 3.000 digitalizzazioni di documenti archeologici tra fotografie e testimonianze di scavo. Sono stati in tutto rinvenuti in città 124 punti di interesse in 60 location diverse. Numeri che ha voluto ricordare anche l’assessore Pirone, evidenziando come “gli straordinari risultati emersi dalla ricerca presentata oggi mettono in luce ancora una volta il fondamentale lavoro di rete tra istituzioni, che comprende nel nostro caso le amministrazioni comunale e regionale, le Università di Udine di Padova e Siena, la Soprintendenza, le figure professionali e competenze varie al fine di arrivare a un grande risultato comune. La possibilità di una candidatura Unesco ci mette di fronte a un altro grande passo da compiere come territorio: le scoperte che hanno rimosso il velo su un passato inedito di uno dei luoghi più simbolici della nostra regione, condurranno il nostro Friuli a un altrettanto inedito percorso di valorizzazione nel panorama nazionale ed europeo.

Angela Maria Ferroni, esperta Unesco Icomos, ha confermato l’assoluta unicità del sito udinese nel panorama archeologico internazionale spiegando che “il caso di Udine, con le recenti scoperte, ha sufficiente valenza per ottenere un riconoscimento internazionale come patrimonio Unesco. È un iter complesso con tappe e scadenze ben precise e saranno necessari approfondimenti scientifici; tuttavia, il Comune di Udine può considerarsi in un prossimo futuro come ente promotore, continuando l’ottimo lavoro con le istituzioni competenti e con tutte le rappresentanze delle comunità”, queste le parole dell’esperta. Il volume costituisce però solo un tassello di un programma più ampio ed articolato, focalizzato sulla ricostruzione della storia della città di Udine attraverso il dato archeologico. Negli ultimi 30 anni l’archeologia preventiva ha fatto luce sul grande valore archeologico della città di Udine e il progetto, realizzato in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio del Friuli Venezia Giulia, ha mantenuto la promessa fatta di restituire alla città la sua storia. Paola Visentini, direttrice del Museo friulano di storia naturale e curatrice del volume ha spiegato infatti che “il progetto che ci ha condotto alla scoperta della natura artificiale del colle è un esempio luminoso di come l’Archeologia possa restituire la storia a una città e a un territorio intero. Come Museo di storia naturale già proponiamo dei percorsi di approfondimento dei siti di maggior rilievo archeologico della nostra città, ma i nuovi dati emersi aprono visioni nuove su una città come Udine, che possiede già numerosi punti di interesse, come il Castelliere che sorgeva nel centro città, ma nasconde senza dubbio un potenziale inespresso dal punto di vista archeologico. In più i civici musei sono impegnati nella realizzazione di un volume di carattere divulgativo, che vorrà coinvolgere un pubblico sempre più ampio, attraverso un linguaggio accessibile e rivolto a tutti”.

Il ricercatore Fontana dell’Università di Padova ha spiegato i futuri ambiti di analisi: “Dal punto di vista scientifico quello che possiamo fare ora è continuare ad effettuare analisi soprattutto nell’ambito della paleovegetazione e con i resti del Dna dei sedimenti, inoltre possiamo capire le varie attività che venivano realizzate all’epoca. Un dato molto interessante potrebbe arrivare dalle analisi e dai carotaggi che potremo effettuare nelle parti laterali del colle, in particolare nei versanti esterni, ai piedi del Colle e in particolare in piazza Primo Maggio, dove i sedimenti che nel corso degli anni potrebbero essere scoscesi avranno probabilmente sigillato fasce di terreno ancora da poter sondare”.
I dati presentati hanno raccontato diverse scoperte e reperti frutto dei numerosi carotaggi esplorativi effettuati a varie profondità: il colle pare essere stato interessato da una forte vitalità in varie epoche, attestata dalla presenza di manufatti ceramici di importazione da tutto il Mediterraneo. In questa stessa fase la documentazione di produzioni orientali testimonia, seppur in forma ancora ipotetica, la possibile presenza sul colle di una committenza piuttosto ricca e potente all’interno della comunità. Non manca la testimonianza di mestieri legati alla lavorazione del ferro e di lavori sostanzialmente a carattere domestico come la filatura e di produzione di farina.

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